Rugby e per-dono


Ho saputo cosa fosse il rugby per caso guardando il film Invictus al cinema. Ne sono rimasta colpita innanzitutto perché era associato a Nelson Mandela: se penso che questo uomo dopo avere passato buona parte della sua vita in carcere a causa della sua lotta per i diritti dei neri, diventato Presidente del Sudafrica, ha scelto la strada dell’integrazione, rabbrividisco. Non è da tutti, forse è solo di alcune persone speciali che sono capaci di perdonare, ossia capaci di dare all’altro il meglio, il bene possibile. Da allora associo questo sport alla pace nonostante lo scontro, allo stare insieme nella diversità. Visto il film ho acquistato il libro “Ama il tuo nemico” e una biografia di Mandela. Ho poi cominciato a vedere dei video su youtube per capire il funzionamento del rugby: più leggevo e guardavo filmati, più non riuscivo a capire il senso. Mi chiedevo che cosa ci trovassero a farsi male, a infangarsi, a scontrarsi così “titanicamente”. Finché non sono andata a Roma e sono entrata alla Feltrinelli: due rampe per raggiungere più che lo scaffale, l’unico ripiano con pochissimi testi che si interessavano di questo strano gioco. Scelgo quello dei fratelli Bergamasco, Andare avanti guardando indietro. Lo leggo tutto d’un fiato e mi innamoro di ciò che non comprendo appieno ma mi fa riflettere profondamente sull’importanza di stare sul campo, di fidarsi di chi sta dietro e davanti a te e di lavorare stringendo forte al petto la palla ovale con un unico obiettivo: portare la squadra alla vittoria. Fiducia, abnegazione, coraggio, sensibilità, tattica e terzo tempo per non dimenticare che dentro al campo si gioca una partita e fuori si gioca la vita: mai prendersi troppo sul serio anche se è necessario impegnarsi e non perdere mai il senso dell’essenzialità. Letto quel libro, l’ho riletto e riletto ancora e credo che lo farò di nuovo perché c’è tanto da imparare! 
Tutto il cammino fatto mi ha portato a scegliere il rugby come punto di riferimento di Ettore e Sergio e non potevo che associarlo ad una storia importante, di crescita e di riscatto sociale. 
Il tempo tuttavia scorre senza curarsi di ciò che accade:
che sia dolore o gioia, segue il suo ritmo sorvolando sui sentimenti umani e si
nutre, se ben speso, di emozioni e progettualità. E così quella tragica
esperienza passò lasciando dietro di sé paure e speranze, portandone altre e
diverse. 
Arrivò
il mese di giugno del 1995. Io e Mattia eravamo in giardino a prendere il primo
tiepido sole ascoltando della musica alla radio. Lui teneva una rivista
sportiva in mano, io, invece, maldestro come mio padre, cercavo di mettere in
sesto, per l’ennesima volta, la mia bici, che ormai da mesi reclamava con forza
la sua meritata pensione. Mentre ero concentrato sulla mia impresa titanica,
data la mia evidente incapacità, sentimmo di una vittoria storica di una
squadra di rugby Sudamericana. Nelson Mandela con la maglia della sua nazionale
aveva consegnato la coppa al capitano della squadra scrivendo un’altra pagina
importante nella storia dei diritti umani. Ascoltai con attenzione e mi chiesi
chi fosse lui e in che cosa consistesse quello sport. La notizia mi invase
letteralmente… 


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *