Le connessioni armoniche che governano l’universo


Anche August Rush dà ragione a Sofia, al fatto che siamo
energia e che quando il cuore batte all’unisono con l’universo, esso lancia vibrazioni
irradiandosi come i raggi del sole e giungendo a portare calore lì dove la
musica del sentimento crea armonia.
 Guardando
al cielo Wizard dice ad August: “Sai cosa c’è lassù? Una serie di toni più
alti, tutto è arrangiato dalla natura, governato dalle leggi della fisica
dell’intero universo. E’ un suono armonico, un’energia, una lunghezza d’onda e
se non la cavalchi non la sentirai mai”. Quando si ha una meta da raggiungere, ci
sono una motivazione ad agire e una genialità d’azione tali da smuovere ogni
cosa
e da creare condizioni di incontro, connessioni
armoniche tra tutte le creature viventi.
Ecco perché il viaggio più
importante che possiamo compiere è quello di scoprire qual è la nostra musica e
quale ritmo, quale tono guidano il nostro andare verso la realizzazione. Quando
riusciamo a comporre la nostra opera e mettiamo insieme gli strumenti, le note
che ne escono vanno a colpire, sia pure se lontani anni luce, le persone che
daranno maggiore vigore alla nostra esistenza. E così non basta saper suonare una chitarra, un piano e così via, è
necessario anche prendere uno spartito vuoto e riempirlo di 
chiavi e note musicali e poi impugnare la bacchetta per
dirigere
. Non basta sognare, è necessario agire, lanciare con entusiasmo le
nostre energie e convogliarle secondo i nostri desideri.
In
fondo, dentro di me, lì dove nascono le illusioni e si ramificano le certezze,
io sapevo che sarebbe tornato, che stava vivendo il mio stesso freddo, che
sentiva forte la certezza delle mie parole calde, del mio corpo fragile, del
nostro noi, del luogo nel quale ci eravamo rifugiati. Percepivo intensamente la
sua presenza, il suo pensiero fisso su di noi. Ero certa che i miei occhi gli
mancavano quanto i suoi per me. Forse dovevano ancora esserci altre notti
insonni, fermate al freddo incrocio, traversate nel mare in tempesta. E io ero
lì come un cane affamato. Ero lì. Ettore era il mio eroe greco, l’uomo fragile
che sfida Dio, l’uomo forte che sfida se stesso. Resistevo. Dovevo r-esistere,
nel senso di esistere ancora una volta, per una nuova prima volta nelle sue
braccia. Non resiste il seme alle intemperie? Non nasce il fiore anche
sull’asfalto? Anch’io, anche noi lo faremo. Ciò che ci aveva divisi, il caso
malefico o il tempo presuntuoso, lento, lentissimo, inesorabile, poneva davanti
a me segni certi del grande ritorno. Erano i miei occhi, diceva la mia
razionalità, che vedevano solo quello che volevano; erano i miei occhi, diceva
il mio cuore, che vedevano quello che era. Avevo la mia idea sull’esistenza o
meno del caso: secondo me era una versione statica del caos. Penso che caso e caos
abbiano la stessa origine, accezioni diverse ma simili, come sembrano volermi
far capire, dove la sottile linea della differenza sta nella combinazione delle
lettere. Non c’è magia in questo mondo. Oppure c’è e abbiamo paura di essere
maghi, che altro non sono se non magi senza h, esseri erranti che intraprendono
il loro viaggio guidati da una stella, una tra i miliardi di astri che popolano
la volta celeste. Io dico che la magia esiste, e che noi non vogliamo essere
maghi, non vogliamo essere magi. Io ero convinta che il mio sentimento fosse un
po’ come una bacchetta magica che non avevo ancora imparato bene a usare.
Quando avrei imparato a farlo, lui sarebbe tornato da me. Appena avrebbe
imparato lui a usare la sua, io gli sarei andata incontro, perché nel nostro
cammino noi avremmo errato in tutti i sensi. La colpa che ci aveva resi sciocchi
era stata di non aver capito che la nostra forza stava nel camminare uno
accanto all’altro. O forse eravamo stati intelligenti al punto che ci eravamo
separati per trovare noi stessi e ritrovarci poi insieme nel punto in cui il
caso e il caos per magia creano la stabilità. Niente più caso, niente più caos
.

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