Psicoterapia e quotidianità


Psicoterapia e quotidianità

Vivere la propria aspirazione deve essere un’esperienza quotidiana, minuto per minuto.

La grande opera si compie per mezzo delle piccole cose. E. Cayce

Le persone che scelgono di intraprendere un percorso di psicoterapia vogliono risolvere la confusione che vivono nella loro quotidianità. Confusione che determina dolore e perdita di lucidità rispetto agli eventi. Diverse le situazioni problematiche. Tutte riguardano, in modo diretto o indiretto, il rapporto con gli altri ( partner, figli, amici, colleghi, conoscenti) e con se stessi(ruolo sociale, capacità di espressione del proprio talento, aspirazioni, ecc). Alcuni arrivano perchè hanno subito alcuni eventi, altri per averli creati. “In borsa” portano paura, rabbia, tristezza, sensi di colpa, generalizzazioni, senso di inadeguatezza, insoddisfazione, incomprensione e tutta una serie di altre etichette che appesantiscono la loro esistenza. Ma portano anche voglia di farcela, comprendere, costruire, essere persone migliori di quando sono arrivati. Il loro livello umano è altissimo e le loro potenzialità davvero importanti.

Spesso si sentono incastrati e cercano per questo soluzioni concrete.

La concretezza è uno dei temi più importanti di un processo psicoterapico. Il dialogo che si crea tra i due protagonisti di una seduta deve necessariamente navigare nell’oceano della quotidianità. Cosa fai, quali sono i pensieri che guidano le azioni e in che modo reagisci alle diverse situazioni che il giorno ti presenta.

Chi sta male, vuole sapere come uscirne. Questo è un caposaldo. Certamente utili le argomentazioni sull’esistenza, sulla spiritualità ma decisamente non sufficienti per produrre un cambiamento nella propria realtà.

La qualità della comunicazione con se stessi e con gli altri sembra essere cruciale nel creare condizioni di armonia o disarmonia. Buona parte della persone hanno difficoltà a esprimere il loro sentire: alcune stanno zitte, altre sparlano, altre ancora innescano con tono della voce e parole scelte, veri e propri conflitti.

Va dunque, dissodato il terreno, che equivale a comprendere come pensa e in che modo contribuisce, sia pure involontariamente, al mantenimento della situazione problematica. Quindi, si passa all’azione. Vengono dati una serie di suggerimenti per esplorare in modo diverso come si sta nella realtà per poi intervenire in modo diretto sull suo cambiamento.

Uno dei suggerimenti, solo in apparenza più semplici, è alzare lo sguardo. Non intendo in termini metaforici, lo intendo proprio in termini fisici. Ci sono persone che, per timidezza o paura, non riescono a stare con “gli occhi alti”: questo determina uno stare in continuazione nel proprio dialogo interiore, perdendo informazioni preziose provenienti dall’esterno. Questa perdita o mancata individuazione impoverisce la capacità di “accorgersi di ciò che sta accadendo” vincolandosi solo a “ciò che sento dentro, stando sempre dentro”. In altre parole, interpreto tutto senza confrontarmi con “l’altra fonte” e quindi non sentendo l’altra voce, l’unica che ha ragione è la mia.

Se vuoi comprendere una situazione devi confrontarti con tutti i suoi protagonisti. Altrimenti, ciò che ottieni sono informazioni parziali e quindi insufficienti per adottare un comportamento “adeguato” alla situazione stessa.

Un altro suggerimento è alzare lo sguardo senza giudizio: “quello mi ha guardato così, quell’altro mi ha guardato colà”, “quello si è girato dall’altra parte”, “quell’altro ha riso quando ho parlato”. Parte una disamina in tribunale dalla quale si esce con condanne e rare assoluzioni. Non è detto che quello sguardo, quel girarsi dall’altra parte, quella risata siano testimonianza di un brutto pensiero nei tuoi confronti. Potrebbero essere mille altre cose. Eppure spesso ci si fissa su quel pensiero e lo si rimunigina per tante ore, a volte giorni, settimane, mesi e in alcuni casi, anni. Ti è mai capitato di parlare con una persona che racconta sempre gli stessi avvenimenti da anni, con la stessa intensità emotiva di quando sono accaduti?

Quando riportiamo nel presente eventi del passato con lo stesso carico emotivo di quando li abbiamo vissuti la prima volta, soprattutto se l’emozione in questione è la rabbia, rubiamo momenti al presente ed anche in questo caso, perdiamo informazioni preziose per comprendere, agire  e stare bene.

Determinate emozioni vanno elaborate per spegnere quell’intensità che ci portiamo dietro.

Sono solita fare l’esempio della mela.

Quando mangi una mela, dove va?

Spesso le persone mi guardano un pò stupite per l’ovvietà della risposta.

La mela entra nella bocca e lì inizia il processo di digestione. In pratica, attraverso la masticazione e gli altri processi, viene ridotta all’essenziale, vale a dire che i suoi nutrienti vengono cercati, individuati e distribuiti lì dove necessario. Ciò che di essa potrebbe servire in altri momenti viene depositato, ciò non serve viene eliminato.

E i pensieri? Dove vanno i pensieri? Il processo è analogo. Si distribuiscono, si depositano, vengono eliminati. Questi processi si avviano attraverso azioni specifiche. Chi li esprime, li “deposita”. Alcuni dentro, altri fuori. Chi non parla nè scrive, nè “si sfoga all’esterno” li trattiene dentro di sé. Dove? Dipende. Di certo si sedimentano in qualche parte del corpo. I famosi disturbi psicosomatici potrebbero darci informazioni in tal senso. In generale, ci dicono che il corpo esprime l’interiorità e il suo fluire.

Sta di fatto che il pensiero, che è un prodotto umano al pari di una mela che è il prodotto di un albero, ha degli elementi essenziali e nutritivi che vanno distribuiti ed altri che vanno eliminati. Se il processo non funziona, si creano delle “adiposità” che determinano un aumento del “peso” tale da rallentare “ogni azioni” da compiere con la conseguenza di incidere sui risultati che si vogliono ottenere.

In un processo psicoterapeutico, cerchiamo di ridurre l’adiposità in eccesso attraverso una serie di suggerimenti. Questo determina un graduale cambiamento della qualità dei pensieri e una maggiore capacità più che di subire gli eventi, di fronteggiarli nel modo migliore.

Alcuni eventi li crei, altri li “subisci”: sia come li crei, che come li fronteggi determina il tuo stato di armonia.

Tutti creiamo gli eventi e tutti li subiamo: se io creo e la mia creazione arriva a te, tu la subisci (in senso buono e meno buono). Accade la stessa cosa quando tu crei e la tua creazione arriva a me.  Si creano un’interconnessione di eventi vicini ma anche lontani da noi, e conseguenze che possono tanto danneggiare quanto avvantaggiare: dipende da come intervieni e padroneggi gli strumenti che hai acquisito nel tempo. Quest’ultimo aspetto è legato a doppia mandata alle credenze, alle convinzioni, ai valori e alle esperienze che ti sei concesso di fare.

La psicoterapia può essere uno strumento per migliorare la qualità della comunicazione interiore e di quella con l’esterno riorganizzando il proprio sentire, trasformandolo in arte. Di questo aspetto scriverò tra qualche giorno.

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