Aiuto, non capisco mio figlio. Linee guida per la genitorialità


Aiuto, non capisco mio figlio. Linee guida per la genitorialità.

La genitorialità è un’arte che si impara giorno dopo giorno, passo dopo passo. Non esitono regole ben precise perchè ogni famiglia presenta caratteristiche proprie, storie diverse e modalità specifiche di reazione alle varie vicende della vita. Ecco perchè preferisco parlare di linee guida: suggerimenti e condivisioni di conoscenze sullo sviluppo, per avviare riflessioni. Ognuno poi le adatterà alle circostanze del suo contesto.

Tantissime le parole- guida. Ne illustrerò alcune con l’intento di essere il più utile possibile.

SVILUPPO

Chi diventa genitore assiste, sollecita e accomagna lo sviluppo dei figli mentre segue il suo di sviluppo.

Ogni tappa ha le sue sfide, i suoi punti di forza e quelli di debolezza. Emergono via via esigenze più articolate che possono mettere in difficoltà. Un neonato richiama l’attenzione quando ha bisogno di mangiare, dormire, essere rassicurato. O quando prova un disagio altro: coliche, raffreddore e via dicendo. Lo può fare attraverso il pianto. A “ben sentire”, sono pianti diversi in base alle “comunicazioni” che egli fa. Spontaneamente, dopo poco, una madre o un padre sono in grado di capire, in base al modo di piangere, dove il figlio “vuole andare a parare” e questo consente loro di adottare la strategia migliore.

Il modo in cui si affronta questo periodo, la capacità di gestire lo stress che ne deriva e le nuove effettive responsabilità, determinano in buona parte, la qualità della sicurezza che il piccolo svilupperà. Se in un primo periodo, egli infatti dipenderà in tutto e per tutto dalla figura di accudimento, pian piano diventerà più capace di assolvere da solo al soddisfacimento dei suoi bisogni. Diventare capaci, tuttavia, non significa essere autonomi: accade in molte circostanze, che le paure, le ansie e le preoccupazioni dei genitori ostacolino la manifestazione naturale delle capacità emergenti. “Il piccolo è in grado di usare la forchetta ma non gliela faccio usare perchè ho paura si infilsi la mano”. Un esempio, per dire che bisogna favorire le autonomie gestendo le proprie paure e preoccupazioni. Il rischio di non farlo è trovarsi, a lungo termine, con un adolescente o un adulto che ha sempre bisogno che “intervenga qualcuno” perchè possa raggiungere i suoi traguardi. Questa riflessione porta ad una seconda parola:

TEMPO.

A sua volta, essa ne chiama un’altra: OBIETTIVO. Ogni membro della famiglia ha il suo modo di gestire il tempo. C’è chi è più veloce, chi più lento. C’è chi vuole fare tutto subito e chi invece, procrastina all’infinito. Ci sono poi le persone che riescono a vivere meglio questa dimensione e a comprendere come funzionano e quando utilizzare sia la lentezza che la rapidità. La consapevolezza di come lavora il tempo in ognuno è fondamentale per comprendere quello altrui e tentare “una negoziazione” (termine, questo altrettanto importante). A ciò si aggiungano le conoscenze che bisogna acquisire rispetto ai tempi dello sviluppo. Avere fretta di togliere il pannolino, non avendo contezza dell’acquisizione del controllo sfinterico (diverso nei bambini e nelle bambini) può mettere il piccolo in una condizione “ingiustamente” frustrante. Analogamente, lo stesso accade se procrastiniamo i tempi oltre i 3 anni, salvo esserci delle problematiche di natura fisica. In questo caso, il rimandare troppo, facendolo restare in una condizione “ingiustamente” comoda, mortifica l’autonomia del figlio. L‘acquisizione del controllo del proprio comportamento è fondamentale per “essere” e “andare” sicuri nel mondo. Ancora una volta, bisogna chiedersi non solo come lavora il tempo nel bimbo, ma anche come lavora nel genitore, cosìcchè si possa intervenire in modo adeguato riducendo stress, litigi e incomprensioni inutili.

Da qui, avere gli obiettivi di sviluppo chiari e condivisi. Dove vogliamo andare? Quale comportamento vogliamo favorire? In che modo vogliamo stimolare le autonomie di pensiero e di azione? In questo, i genitori dovrebbero convergere, trovare una linea comune e fare in modo di garantire il raggiungimento dei propositi creati. Quello che si decide adesso di fare, determina effetti a breve, medio e lungo termine.

Accade spesso che la nascita di un figlio, rompendo gli equilibri del sistema precedente, determini, via via che cresce, diverse situazioni di tensione. Tensione che può trasformarsi in conflitto e da li in separazione (nei casi, di chiara incomunicabilità).

Le tensioni sono spesso legate a più fattori che provengono da più ambiti. La stanchezza, le problematiche extrafamiliari, la capacità individuale di fronteggiare lo stress, le esigenze del piccolo, quelle del partner, le situazioni contestuali, previste e impreviste. A volte si tende a fare di tutta l’erba un fascio, e a litigare per motivi poco importanti. Ecco, allora che ci si apre all’ultima parola di questo articolo: COMUNICAZIONE.

Nella comunicazione conta tutto: intento, forma, contenuto e ruoli.

Parli perchè vuoi avere ragione? Parli perchè vuoi persuadere qualcuno ad andare nella tua direzione? Parli perchè vuoi trovare la migliore soluzione per quel momento? Qualsiasi sia il motivo, devi conoscere le regole. Intanto, la prima e basilare è che, per capirsi, bisogna rispettare i turni e, oltre che “dire”, ci sia anche “ascoltare. Esistono due ruoli principali: mittente e ascoltatore. Il mittente è colui che parla, l’ascoltatore, colui che ascolta. I due ruoli si interscambiano continuamente. La fluidità dell’interscambio è dato dal rispetto dei turni conversazionali. Qui, ritorna la gestione del tempo: concedere quello della parola, concedere quello della comprensione. Il mittente deve essere in grado di “catturare” in modo intelligente l’attenzione dell’ascoltatore e quest’ultimo deve avere la capacità di leggere tra le righe ed individuare il vero messaggio della comunicazione stessa.

Un’arte straordinaria che può trasformare, nel giro di qualche secondo, un probabile conflitto in un imprevista risoluzione pacifica e illuminante.

Come fare? Già rispettare i turni, frenare l’impuso a parlare subito, è un traguardo importante da raggiungere.

Ci sono poi i filtri da conoscere, individuare e usare; ancore di parole e gestualità da usare per rafforzare; valori e credenze da riconoscere, usare o eliminare.

Ci sono la capacità di comprendere il gioco delle emozioni e della modulazione della loro intensità; l’empatia, la divergenza e la convergenza, la creatività e l’ironia.

Un mondo magico, illuminante che spinge a risolvere nel bene ogni condizione frustrante e a trovare soluzioni condivise che consentano di creare armonia familiare e sostegno allo sviluppo di ciascun membro.

Non cresce solo il figlio, crescono anche i genitori.



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