Chiudere la Psicoterapia con Vasco


Io amo fare psicoterapia. Amo le persone che seguo, i loro passi, i loro traguardi. Amo come si districano tra le varie situazioni, come affrontano il loro dolore, come cercano di trasformarlo in risorsa.

Seguo la linea del sentire. Senza protocolli fissi e rigidi, ascolto, raccolgo informazioni come fossi una formica e le conservo per usarle nelle stagioni giuste della terapia. Si perchè un percorso psicoterapico ha le sue stagioni. Ha le sue semine, i suoi raccolti, ha i suoi riposi. Una Terra che viene coltivata seduta dopo seduta, parola dopo parola, gesto dopo gesto.

Ci sono i momenti di scoraggiamento e quelli di grande motivazione. lo vedo dagli occhi accesi, lo sento in ciò che mi raccontano, lo percepisco sulla pelle. Mi sintonizzo sui loro intenti e capisco le tentate fughe ma anche i necessari ritorni. Leggo gli andamenti e li accompagno con grande Munay. Ogni persona che seguo la immergo metaforicamente in tutto il munay che ho e lavoro insieme per districare i nodi individuali e collettivi che man mano escono fuori.

Quando raggiungono l’autonomia strategica, quando sento che possono procedere da soli predispongo la chiusura. A volte inizio molto prima che se ne accorgano perchè più di tutti i valori, con ognuno di loro perseguo la libertà di pensiero e di azione. Mi rendo inutile gradualmente finchè ritornano nella loro vita senza di me ma con la piena consapevolezza del loro valore personale. E che valore! Ne avessi beccato uno con poche risorse. Tutti ricchi ma in parte inconsapevoli. In questo periodo sto chiudendo una psicoterapia. Ne scrivo perchè autorizzata. Ho chiesto a questa magnifica anima di fare il resoconto della sua esperienza psicoterapica: cosa ha appreso, su cosa vuole ancora lavorare, come intente muoversi. Se ne arriva con Vasco Rossi. E lì, sono stata io che ho spalancato gli occhi e ho tenuto a freno l’ego che stava partendo sulla sua navicella verso chissà quale direzione universale. L’ho ascoltata con una gioia dentro incredibile perchè ha cominciato a leggermi alcune frasi delle canzoni “Vivere non è facile” e “Come vorrei” e a dirmi cosa l’aveva illuminata e come aveva “risposto” ai quesiti e alle riflessioni proposte.

Ho pensato che avesse fatto un ottimo lavoro e che Vasco fosse stato uno straordinario sigillo di bellezza. Ha scelto di accettare. Ha scelto di accettarsi. Ha scelto di usare con consapevolezza la sua energia. Ha scelto di rispondere al “testo” con armonia. Si è appropriata in modo saggio dell’aggettivo possessivo “mio”, riconoscendo cosa le appartiene, cosa le può essere utile per sentirsi appagata e realizzata.

C’è da festeggiare. C’è da festeggiare l’abbondanza che deriva dal mettersi in gioco, dall’affrontare un percorso psicoterapico che mette a dura prova. C’è da festeggiare la creatività che si innesta in questo processo di cura e tutte le meravigliose forme artistiche che si sviluppano.

Arrivano che non credono abbastanza in loro stessi ed escono fuori che sono fertili di idee, azioni, riflessioni. E sono liberi, capaci di muovere le loro ali quando c’è da volare ma anche i loro piedi quando c’è da camminare. Conquistano il cielo e la terra e per farlo “sudano sette camicie”, ce la mettono tutta, attraversano tutte le emozioni, scansionano ogni convinzione e se ne creano di nuove e più illuminanti e forgianti.

Si, io amo fare psicoterapia e oggi sono grata anche a Vasco Rossi.

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