Preghiera e Psicoterapia: l’arte di guarire


Preghiera e Psicoterapia: l’arte di guarire

Ho letto da poco il libro La scienza perduta della preghiera di Gregg Braden. L’ho divorato in pochissimi giorni ed ora sono in piena fase digestiva. La psicologia è un’arte potente quando guarda a tutto ciò che lo circonda ed entra in tutti i saperi esistenti. Ho sempre pensato che fosse una rete stradale capace di arrivare in ogni dove del corpo (conoscenza) per mettere in circolazione, in una forma semplice e potabile (come dico spesso), gli strumenti necessari per comprendersi e comprendere meglio. Avendo questo pensiero, non potevo che scegliere nell’ormai lontano 2004, la psicoterapia ad approccio strategico-breve, quale compendio, approfondimento e linguaggio dell’integrazione dei saperi e dell’individuazione delle strategie migliori per ognuno al fine superare tutti i momenti critici dell’esistenza. La scelsi per questa sua caratteristica.

Oggi, questo assunto ha rappresentato la mia bene-dizione professionale e soprattutto personale.

Gregg Braden è un geologo con la passione scientifica per l’essere umano. Passione che passa attraverso lo studio “antropologico” e neuroscientifico dei popoli antichi e moderni. Mi piace da sempre benchè all’inizio l’avessi trovato davvero di difficile lettura. All’epoca tuttavia stavo ancora entrando, immatura e curiosa, nel mondo dell’animo umano.

Approdo alla Scienza perduta della Preghiera con entusiasmo. Avevo già studiato L’effetto Isaia, che consiglio fortemente. Il libro conferma tutto quello che ho sempre pensato e sperimentato ed è completamente in linea con il lavoro psicoterapeutico e formativo che svolgo.

La parola chiave è PREGHIERA ma non lo è nel senso religioso del termine. Provo a spiegarmi meglio. Braden ha studiato l’aspetto religioso delle varie civiltà per capire se ci fossero comunanze e laddove non ci fossero, per comprendere i motivi della diversità. Tutte si riuniscono attorno al fuoco della preghiera e tutte hanno “un cerimoniale” , un bagaglio rituale che li prepara alla “connessione con il divino”. Davvero molto interessante.

Ciò che mi piace è la visione che ne esce fuori. Non si prega per ottenere una grazia, si prega come se l’avessi già ottenuta. In pratica, la preghiera che esiste da “quasi sempre” (difficile poter generalizzare a sempre) ha adottato il criterio del “come se”, uno degli assunti fondanti della psicoterapia ad approccio strategico-breve: BINGO 🙂

L’atto psicomagico del COME SE, (qui siamo nel campo puro delle neuroscienze), restituisce al Buon Dio la pace di non dover esaudire tutti: immaginate il caos umano della richiesta di grazia. In ogni istante inviamo “mail” al Divino perchè faccia questo o quest’altro. Tale atteggiamento delega ad Altro (sia pure divino, appunto), ciò che possiamo fare solo noi. Un atto di assoluta non responsabilità.

Allora anche la preghiera diventa una semplice e insieme sofisticata tecnologia per “accedere al proprio miracolo personale” di realizzare i propri propositi, purchè siano chiari, diretti e pronunciati in linguaggio “infantilese”.

Il proposito va formulato come fanno i bambini. Quando dichiarano cosa vogliono, loro entrano nello stato del già esaudito. Io lo chiamo TERRENO DEL GIA’ ESAUDITO: sono eccitati, felici, in fibrillazione, fertilizzanti e mentre dicono “lo voglio”, sono già in “luna di miele” con l’oggetto del desiderio. In pratica, vivono come se già lo possedessero.

Quindi pregano/chiedono secondo la visione spiegata da Braden. Fertilizzano il terreno con l’emozione di chi sta già gustando il desiderio. Gli occhi sono spalancati, le mani toccano di già, il cuore batte sicuro. L’ambiente nel quale si trovano è lumisoso, caldo e fresco, in linea con la meraviglia di quanto già ottenuto.

In questa tipologia di preghiera, l’orante è creatore. Proprio perchè non prega per ma prega come se, egli costruisce il campo e ci entra dentro sintonizzandosi con la vibrazione desiderata.

Eccolo quindi uno strumento fortemente psicoterapeutico: quando riesci  mettere l’altro nella condizione di provare l’emozione del già esaudito, si apre quello spiraglio di luce che gli consente di avviarsi, con sempre maggiore sicurezza, sulla strada della guarigione. Il punto focale è che è lui che devo costuire e non tu che devi indurre.

L’emozione diventa cruciale. Bisogna trasformare il dolore in saggezza, nell’insegnamento che ci ha dato. E questo è difficile soprattutto se abbiamo ricevuto così tanto male e siamo caduti nella “buia notte dell’anima”, quella della disperazione, della perdita della speranza. Un caos buio e profondo dal quale sembra non poter scaturire niente di buono. Eppure, quello è il momento della trasformazione del bruco in farfalla: un sistema si disgrega per poter dar vita ad un altro, mantendendo in se, il seme di una nuova disgregazione. Perchè in questo caso disgregare non significa perdere speranza ma acquisire nuova forma e quindi altri contenuti. Nella buia notte dell’anima si annida la certezza che tutto può evolvere per il meglio. Dipende da come l’affronterai. Ricordate Alex Zanardi? Quando si svegliò trovandosi senza gambe, pensò all’altra parte del corpo e continuò e continua ad essere un campione. Diverse situazioni similari dimostrano come una situazione che sembra oggettivamente svantaggiosa, diventa soggentivamente miracolosa. Ed anche qui, c’è il linguaggio infantilese, la preghiere del come se.

L’essere umano impara dal dolore. Bisogna riconoscerlo. Se lo trasmuta in saggezza, diventa un maestro e quando diviene maestro entra nel mondo della bene-dizione, del buon pronunciamento. Questo, gli consente di vedere ovunque bellezza. Ciò non lo esime dalle sofferenze nè lo rende cercatore di dolore. Egli diventa creatore e osservatore della bellezza. San Francesco docet! Riesce ad andare oltre, attraversando ogni corazza. Viene facile pensare a questo processo, quando ci si innamora. Sebbene l’altro potrebbe non essere poi così bello, lo stesso lo vediamo come se non ci fosse nessun altro più bello di lui. Perchè accade questo? Perchè abbiamo imparato ad andare oltre la corazza, attraversandola. Ed in quel momento sperimentiamo l’arte di essere maestri. Poi però dimentichiamo di usare questa conoscenza per tutto il resto e ridiventiamo giudici. E qui, si fa spazio una frase che mi ha sconvolto: “avere giustizia non significa pareggiare i conti”. Mi sono fermamente opposta a questo assunto. Poi mi sono fermata ed ho compreso il senso: finchè coltivi dentro di te il sentimento di vendetta, ti sintonizzi su una vibrazione che ti logora dentro ed ogni giorno ti fa rivivere la scena del dolore con tutti i suoi dettagli e i suoi personaggi. Questo induce uno stato biochimico (cortisolo a gogò) tale da condizionare le giornate e i rapporti con le persone care in senso pregiudizievole. Lo scotto da pagare per il pareggio dei conti è molto alto e spesso non ne vale la pena, il dolore appunto. Ciò non signifca smettere di combattere per ottenere giustizia per il torto subito ma significa interrompere la scena interiore creandone un’altra più favorevole alla propria salute psibiologica. Anche quello è un “come se” accecante.

La benedizione diventa uno strumento di pacificazione interiore che permette di creare un nuovo stato del come se dove le vittime, i carnefici e i testimoni vengono benedetti. Le prime per aver subito, i secondi per aver insegnato e i terzi per aver assistito. Difficile ma possibile. Come posso benedire un carnefice? Sembra un atto indegno e impossibile se rimani ancorato al dolore che ha prodotto ma non all’insegnamento che ne hai tratto nell’entrarci in relazione. In questo, maestro è Nelson Mandela ed il suo atteggiamento nei confronti dei “bianchi” quando uscito dal carcere a causa loro, divenne il loro presidente.  Se non rompi lo schema della vendetta, non puoi sperimentare pace ed in questo senso, eventualmente, il carnefice vince due volte. La prima avendoti attaccato, la seconda avendoti incatenato. Braden dice: “il potere della benedizione sta nel non cadere nell’antica trappola di etichettare l’accaduto (doloroso) in termini di giusto o sbagliato”. Ed ancora, “con la nostra volontà di riconoscere e di lasciare andare qualunque cosa ci abbia feriti, il mondo comincia a sembrare diverso e noi acquistiamo più forza e salute“.

 

 

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